lunedì 17 aprile 2017

I 5 Maghi e Mistici preferiti da Moore

Alan Moore ritratto da F. Percio in una short di God is Dead.
Nel seguito la traduzione di alcuni estratti da un recente articolo in cui Moore elenca e descrive il suo quintetto magico preferito.
L'articolo completo è disponibile QUI.
Buona magica lettura! 
1: Alessandro di Abonutico (c. 105-c. 170): Il Signore dei Burattini
Lo gnostico del I secolo è noto soprattutto per l'ingiurioso ritratto opera del suo rivale sofista (una sorta di filosofo cabarettista), Luciano di Samosata, che descrisse Alessandro come un ex-prostituto che diventò venditore di dubbi rimedi curativi, presunto pedofilo e ciarlatano dell'occulto con il suo Glicone, un dio-serpente parlante, evidentemente falso.

Tuttavia, una meno faziosa lettura da parte di storici moderni, ci permette di affermare che, qualsiasi altro fosse, Alessandro era di sicuro un Pitagorico in possesso dei più innovativi concetti da loro elaborati, inclusa “l'animazione delle statue”.

Questa pratica si basava fondamentalmente sul meditare profondamente di fronte a una statua o all'immagine di una divinità fino a percepire che l'essenza concettuale del dio veniva in qualche modo impiantata nella sua rappresentazione, permettendo una comunicazione diretta tra il dio stesso e il suo adoratore.

Utilizzando nuove tecniche teatrali e il ventriloquismo per dar vita alla sua creazione Glicone, Alessandro fu capace di elevare la pratica fino ad una sorta di sofisticata teologia in alta definizione in cui l'immagine era anche in grado di muoversi e di rispondere. Istituì i Misteri di Glicone e Selene, un evento mistico e teatrale, della durata di tre giorni, una sorta di precursore dei moderni festival musicali. […]

Alessandro è il primo mago della cui esistenza siamo certi e il creatore dell'ultima divinità dell'età classica, che praticò una forma di magia sofisticata e rivelatrice mentre incombeva il Medioevo.
Di sicuro questo ambiguo manipolatore di serpenti merita d'essere rivalutato, no?
2: Dr. John Dee (1527-1609): Il primo 007
A mio modesto parere il mago elisabettiano è il più creativo e influente praticante della magia che sia mai esistito. […]
  • Ha servito come agente in quello che fu una sorta di prototipo dei Servizi segreti inglesi, creato da Francis Walsingham, col numero/nome in codice “007”; […]
  • Ha speso gran parte dell’ultimo periodo della sua vita in comunicazione con entità che ha diplomaticamente chiamato “angeli” che hanno rivelato la complessa struttura del loro universo e del loro linguaggio “Enochiano” a lui e, a volte, al suo collaboratore Edward Kelly, attraverso l’uso di una sfera di cristallo o di uno specchio divinatorio.
John Dee ha praticamente edificato il mondo moderno in cui noi viviamo e il suo sistema Enochiano sembra funzionare per lo meno se lo si utilizza seguendo le sue istruzioni.
Maghi così non li fanno più.
3: William Blake (1757-1827): Il Creatore cosmico
Blake riassunse l’anima artistica e anarchica della magia affermando “Devo creare un mio sistema personale oppure finire schiavo di quello di un altro uomo” e certamente visse seguendo questo difficile  assunto. […]
Non poteva tollerare alcuna crudeltà, sia che fosse diretta verso esseri umani o animali, e se si legge il suo poema London potrebbe essere stato scritto la scorsa settimana. Ci ha lasciato delle opere incredibili che permettono a noi moderni, spiritualmente anestetizzati, di cogliere un barlume del mondo archetipo in cui era immerso.

Come artista, come mistico e come essere umano è molto, molto difficile fare meglio di William Blake.
4: Aleister Crowley (1875-1947): La più malvagia pantomima di un cattivo
Ad essere sinceri, se ci fosse un modo in questo elenco, più o meno, in ordine cronologico per evitare Aleister Crowley - ad esempio inserendo nella lista almeno una donna come  Dion Fortune  oppure Rosaleen Norton - l’avrei fatto con piacere, considerando l’enorme attenzione che Crowley ha già ricevuto […].
Ma non c’è davvero modo per poter ignorare Crowley. La sua esperienza pratica della magia è ovviamente enorme e le sue spiegazioni sono solitamente accessibili e al contempo lucide per quanto possibile.

[…] Alcui dei suoi libri - Magick in Theory and Practice, Liber 777, The Book of Thoth, The Vision and the Voice - sono essenziali per comprendere il mondo della magia e il mazzo dei tarocchi di Thoth che Crowley creò con Lady Frieda Harris è, a mio parere, ancora insuperato. [...]
5: Austin Osman Spare (1886-1956): La Magia a portata di tutti
Il solo, autentico successore di William Blake, Austin Spare fu un artista prodigio le cui opere furono esposte alla Royal Academy all'età di 16 anni. [...]

Voltate le spalle alla sua educazione borghese e alla vita d'artista per le gallerie del West End che sarebbe potuto essere la sua, andò a vivere a South London preferendo la compagnia di prostitute, criminali, operai e una marea di gatti randagi, dipingendo, scrivendo e creando un propria personale e originale forma di pensiero magico.

Le storie che circolano su Spare sul suo essere un satanista di Brixton immensamente potente, sebbene pittoresche e intriganti, non sono neppure lontanamente convincenti come la straordinaria forza della sua arte, le sue grottesche e mutanti visioni che danno l'impressione di paesaggi ed entità davvero percepiti e sperimentati. [...]

Quando nel 1930 Adolf Hitler, ossessionato dall'occulto, lo contattò chiedendogli di dipingere un suo ritratto, rifiutò dicendo: “se Lei, sir, è un superuomo allora io sono fiero di restare una scimmia.”

[...] Un mago del popolo, Austin Osman Spare è, a mio parere, il più importante mago inglese del IXX e XX secolo, includendo Crowley.

Il selvaggio santo di South London.

[L'articolo completo è disponibile QUI.]

martedì 4 aprile 2017

Ai tempi del Far Web

Qualche tempo fa il buon David Padovani mi ha contattato proponendomi un'intervista per uno speciale de Lo Spazio Bianco sull'evoluzione della "critica" e dei siti dedicati al Fumetto sul Web. Ovviamente il mio coinvolgimento era legato all'esperienza di ULTRAZINE: ah, come corre il tempo!
Lo speciale - corposo e dettagliato, previsto in diverse puntate - ora è online (QUI) e potete quindi leggere e "godervi" le mie parole e ricordi (unitamente a quelle di tanti altri "pionieri"): non prendete tutto per veritiero, vi avverto! ;)

Ovviamente un pensiero e un grazie va a tutte le persone che nel corso degli anni hanno contributo ad Ultrazine!
Da Il Venerdì di Repubblica n. 850 (02/07/2004)

venerdì 31 marzo 2017

LUIGI BERNARDI & Dave Gibbons

Correva l'anno 2008 e, insieme all'amico Antonio Solinas, pubblicammo per Coniglio Editore un agile volumetto dedicato a Dave Gibbons, versione completa e arricchita di un'intervista con l'autore britannico - co-creatore di Watchmen - apparsa in precedenza su Scuola di Fumetto.
Per intercessione - vado a memoria e spero di azzeccare - di Alessio Trabacchini e Laura Scarpa, l'introduzione al libro fu scritta da LUIGI BERNARDI. Ricordo che al tempo rimasi piuttosto sorpreso nel ricevere un simile scritto da un autore e addetto ai lavori così importante e seminale come Bernardi. Devo altresì confessare che, saranno gli anni che passano, fino a pochi giorni fa la mia memoria aveva rimosso qualsiasi traccia del contributo di Bernardi nel quale mi sono "imbattuto" in uno degli innumerevoli, fallimentari tentativi di mettere ordine tra i miei fumetti e le mie varie "produzioni".
Nel seguito potete leggere il prezioso testo di Luigi Bernardi, protagonista assoluto del Fumetto Italiano e mente lucida e brillante: la sua prematura scomparsa, è superfluo rimarcarlo, lascia tuttora un vuoto incolmabile.
Un sentito ringraziamento a Marco Bernardi, figlio di Luigi, per l'autorizzazione alla diffusione e pubblicazione: invito tutti a visitare il sito dell'Associazione Culturale Luigi Bernardi, QUI.

Luigi Bernardi (qui una bella intervista)
GIBBONS E ME

Dave Gibbons… Chissà perché hanno chiesto proprio a me di scrivere la prefazione a un libro dedicato a Dave Gibbons? Forse perché sanno che per colpa sua ho passato almeno un paio di brutti quarti d’ora. E si fa per dire, dato che uno di questi quarti d’ora è durato una buona mezza dozzina di anni.

Un giorno, era il 1989, vedo in anteprima le tavole del primo albo di Give me Liberty che uscirà l’anno dopo e mi dico: lo voglio. Non che Give me Liberty sia l’opera migliore di Dave Gibbons, e neppure di Frank Miller che l’ha scritta, però è un’opera di Frank Miller e Dave Gibbons, due dei più importanti autori di quella stagione fumettistica che verrà ricordata come revisionismo supereroistico. E qui dovrebbe scattare una prima parentesi perché per me, classe 1953, quindici anni nel 1968, ventiquattro nel 77, la parola revisionismo ha sempre avuto una connotazione negativa, legata com’era ai reiterati scambi di accuse che rimbalzavano come una pallina impazzita all’interno del mondo della sinistra. Va da sé che le parole possono cambiare valenza a seconda di chi le usa, però ho sempre pensato che quella dei supereroi operata principalmente da Miller e Alan Moore sia una revisione, non un revisionismo. Ma va altrettanto da sé che la lingua che si parla nel mondo del fumetto non sempre è ispirata ai criteri della correttezza semantica, e spesso è solo il frutto di una veloce e imperfetta traduzione di termini anglosassoni. Fine della parentesi.
Insomma, Give me Liberty mi affascina e io mi dico che lo voglio. Voglio i diritti per poterlo pubblicare in Italia, con Granata Press, la casa editrice di cui sto imbastendo la nascita. Di più, Give me Liberty intendo utilizzarlo come grimaldello per aprire una nuova stagione delle riviste di fumetto: Give me Liberty dovrà essere per la nascente «Nova Express» quello che il ritorno de Lo Sconosciuto di Magnus e Rapsodia ungherese di Giardino erano stati per «Orient Express». Trovo chi detiene i diritti per l’Europa, un paio di simpatici e giovani francesi fra cui il figlio di Jean Patrick Manchette, uno dei miei scrittori preferiti. Hanno costituito una casa editrice a Parigi, l’hanno chiamata Zenda e stanno pubblicando una bellissima versione di Watchmen in sei grandi albi cartonati, tradotti proprio da Manchette. Con i Zenda siamo quasi coetanei, la pensiamo spesso nello stesso modo, diventiamo amici e forse è proprio per questa che la mia offerta per Give me Liberty è preferita a quella di Rizzoli, che vorrebbe pubblicare la storia di Miller e Gibbons sulle pagine di «Corto Maltese».
Per farla breve, tanto ormai l’ho fatta troppo lunga. Compro i diritti di Give me Liberty, pubblico la storia su «Nova Express» e capisco abbastanza presto che ho sbagliato tutto: il format delle riviste non è un format per gli anni novanta e Granata Press soffre non poco per questa falsa partenza. Se non avessi visto Give me Liberty e non mi fossi incantato davanti alle sue tavole, forse la storia dell’editoria italiana di fumetti sarebbe andata in modo diverso. Di sicuro non avrei litigato con Magnus.
Anche questa è una storia da raccontare. Mi chiama un giorno, Magnus, lo fa spesso ma quel giorno ha un tono diverso. È imbufalito: ha visto il nuovo numero di «Nova Express» e ce l’ha con quel disegnatore che ha usato un’intera pagina per abbozzare lo scontro fra un’aquila e una pantera. Il disegnatore è Dave Gibbons e la pagina in questione è la quintultima del secondo albo. Magnus spara a zero contro Gibbons, lo insulta proprio. A me verrebbe da difenderlo ma me ne sto zitto: conosco Magnus e so che quando si arrabbia perde il filo della ragione ed è inutile mettersi a discutere. C’è da aggiungere che il giorno dopo mi richiama e ammette di avere forse esagerato, però intanto io, “per colpa” di Dave Gibbons mi sono dovuto sorbire una delle sue sfuriate storiche: non è stata la prima, per fortuna sarà l’ultima.
Mi chiedo: non sarà che mi hanno chiesto di scrivere la prefazione a questo libro solo per raccontare le due storie che ho raccontato e posso chiudere qui, tanto più che ho anche raggiunto il numero minimo di battute richiesto?
Copertina per l'edizione francese di Watchmen,
Lasciatemi dire un’altra cosa: Dave Gibbons mi piace. Mi piace il taglio classico del suo disegno, sempre preciso, mai svolazzante, mai fine a se stesso: davvero un disegno al servizio della storia che deve raccontare. Senza il rigore di questo taglio classico forse neppure Watchmen avrebbe raggiunto il successo planetario che ha avuto. Fra parentesi: Alan Moore è un grande scrittore, magari un tantinello sopravvalutano dai suoi devoti e innumerevoli fan, ma di sicuro un grande scrittore. Con un vizio: spesso non sa scegliersi i disegnatori, compromettendo almeno in parte l’impatto delle sue storie. Prendendo Dave Gibbons per Watchmen ha fatto la scelta migliore che potesse fare e infatti quella saga è diventata un classico e ha tuttora un impatto fortissimo sul pubblico. Merito di Alan Moore che ha scritto una storia irripetibile, ma merito anche di Dave Gibbons e dello spirito di servizio insito nella sua umiltà artigiana.

Sipario, ora lo spettacolo può cominciare.

Luigi Bernardi

martedì 21 marzo 2017

Alan Moore: i fumetti prima dell'addio?

Qualche tempo fare Alan Moore aveva annunciato (o ri-annunciato) l'imminente addio al mondo del Fumetto (qui maggiori informazioni).
Nei giorni scorsi ho avuto modo di leggere un'intervista apparsa sul numero 7 di Gorse, un'interessante magazine pubblicato a Dublino dedicato alla Letteratura e all'Arte: nella lunga chiacchierata (da pag. 68 a pag. 105) con l'esperto Pádraig Ó Méalóid, Moore parla soprattutto di  Jerusalem, il suo ultimo romanzo, ma non manca un accenno ai suoi prossimi progetti prima di "abbandonare" l'arte sequenziale.
Nel seguito potete leggere la traduzione di questo breve estratto (pagg. 97-98), curata da me & Omar Martini (che ringrazio).
Ah... c'è altro Lovecraft prima di far calare il sipario. Buona lettura!
Gorse N.7. Copertina di Niall McCormack.
Alan Moore: Considerando il progetto cinematografico, l'irrevocabile apparizione di Jerusalem e l'avvento di questa nuova incarnazione dell'Arts Lab in cui sono coinvolto, oltre a diverse altre idee in fase di sviluppo, sento di essere ritornato al luogo dove mi sento più a mio agio, il posto a cui sento di appartenere e a cui, in questa fase della mia vita, sento di poter offrire di più.
Ho parlato con Kevin O'Neill ed entrambi sentiamo che ci rimane un quantitativo limitato di energia prima di decadere dal nostro notevole livello di narrazione a fumetti, per cui non vogliamo fare nulla che sia al di sotto delle nostre capacità migliori. Ci siamo ricaricati tutti e due e siamo davvero contenti di come stia andando “Cinema Purgatorio”. Anche se pensiamo di avere abbastanza idee originali e interessanti per arrivare al n. 18, riteniamo che superato quel limite rischieremmo di forzare l’idea base oltre i suoi limiti naturali. 
Ci sono quindi ancora 40 pagine da realizzare, più altre 48 pagine di un altro progetto legato a Lovecraft per la Avatar, e poi io e Kevin ritorneremo con il quarto e ultimo volume della Lega. Lo stiamo pianificando da lungo tempo e sarà sensazionale: 150 pagine circa di fumetto oltre alla parte in prosa. Dopo tutto questo, non ho pianificato nulla nell'ambito dei fumetti canonici.  Ovviamente, rimarrò coinvolto attivamente e con entusiasmo negli “Electricomics”, il progetto che al momento si sta evolvendo in qualcosa che non sono proprio sicuro se si tratti di fumetto o invece sia una forma completamente nuova. 

[...] Non escludo la possibilità che tra cinque anni possa venirmi in mente un'idea adatta solo per il fumetto e che possa avere senso solo se raccontata a fumetti. Dico semplicemente che al momento non mi aspetto che succeda e ora spero di prendere le distanze dal mondo dei comics prima che "Watchmen Babies in V for Vacation" diventi inevitabilmente una realtà, o prima che mettano in vendita un pupazzo di Batgirl nuda e ferita. 

Pádraig Ó Méalóid: [...] Puoi dirmi qualcosa sul progetto lovecraftiano per la Avatar, che rappresenta un lavoro distinto da "Providence" [...]?
No, mi dispiace, non posso, ma sembra molto interessante e sono sicuro che ne sentirai parlare a tempo debito, dopo che Providence sarà finito.
Secondo alcune indiscrezioni il disegnatore coinvolto nel nuovo e ultimo lavoro lovecraftiano di Moore sarebbe il brasiliano Gabriel Andrade che ha già lavorato con lo scrittore di Northampton su Crossed+100.

lunedì 6 marzo 2017

SETH e la malinconia canadese

Seth ritratto da Nigel Dickson.
Ritornano le splendide interviste realizzate dall'amico scrittore ed esperto di Fumetto Koom Kankesan, che ringrazio sentitamente per l'autorizzazione alla traduzione, su questo fumoso spazio, di materiali così preziosi.
Questa volta, dopo Chester Brown, è il turno di un altro straordinario canadese, SETH, autore della personalissima poetica e dal segno volutamente rétro che inevitabilmente lascia un segno nel lettore (in Italia alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da Coconino).

L'intervista, pubblicata il 16 Gennaio scorso, può essere letta in originale qui.
La traduzione è a cura dell'amico Omar Martini che risponde sempre "presente" alle mie richieste di supporto: grazie!

E ora vi lascio alla lettura della splendida chiacchierata tra Koom e... SETH! Buona lettura! 
Malinconia canadese
Traduzione: Omar Martini

Durante gli anni Novanta, appena uscito dall’adolescenza, andai nel fatiscente edificio a Cabbagetown dove viveva Seth. Suonai il campanello e quando rispose, ovviamente in maniche di camicia e bretelle, gli chiesi se potevo imparare a disegnare dandogli una mano: per esempio, gli dissi, avrei potuto disegnare le nuvole sullo sfondo nelle sue vignette.

Sì, esatto: sono un idiota.

Per mia fortuna, Seth non rispose con un’acuta risata sardonica, o dandomi un pugno in faccia (come Dan Clowes o Peter Bagge avrebbero potuto fare). Il provetto artigiano non aveva bisogno di aiuto con nuvole, uccelli o balloon, ma si offrì di insegnarmi qualcosa sul fumetto. Mi assegnò dei piccoli progetti, come disegnare storie di due o tre pagine. In lacrime, cercavo di districarmi con questi compiti, e poi Seth, gentilmente, esprimeva il suo giudizio. I miei sforzi erano scadenti. Essendo un gentiluomo, durante i nostri incontri al bar Jet Fuel, Seth non lo disse mai. A volte, c’erano altre persone. Seth dispensava opinioni liberamente: che cosa rendeva di qualità i fumetti e cosa non gli piaceva. Le sue influenze, riconosciute e dimenticate, erano molte. Alcuni anni dopo, la Drawn and Quarterly esplose diventando una casa editrice potentissima e Seth diventò un’icona canadese. Dicono che una sua tavola sia appesa all’AGO, la galleria d’arte dell’Ontario, ha disegnato per il New Yorker, la sua grafica impeccabile appare sulle sovracoperte dei libri del Vinyl Cafe. Il fatto che non abbia mai reagito a quest’ultimo compito scavando una tomba poco profonda e portando invece conforto e il tanto anelato silenzio agli ascoltatori radiofonici della domenica pomeriggio della CBC, rivela la professionalità e la natura gentile di quest’uomo.

Uno dei miei più profondi rimpianti è che non ho approfittato completamente della magnanima opportunità che mi si era presentata. Ero troppo imbarazzato dalle mie scarse capacità artistiche. Più un appassionato che un artista, sedevo al suo tavolo mentre omaggiava i maestri che lo avevano preceduto. Questa cosa, però, modificò il mio modo di guardare i fumetti. Li vedevo come un mezzo che faceva cose piuttosto che come un insieme di immagini che raccontavano una storia. Divenne tutto chiaro… era ovvio che un bravo disegnatore disegnasse da sé le proprie nuvole! Non separava il disegno dalla scrittura come avevano fatto le case editrici. Seth mi fece leggere gli indipendenti e poi i classici. Mi fece apprezzare l’artigianato del fumetto ben prima che questo atteggiamento diventasse di moda.

Per cui la possibilità di riprendere i contatti, anni dopo, ha un profondo significato per me. La foto dell’autore inserita in questo blog fu scattata da Nigel Dickson. Tutte le immagini che seguono sono, naturalmente, di Seth.
Koom: C’è una forte vena di malinconia nelle tue opere. A volte è davvero meravigliosa, mentre altre volte tende a scivolare nella più completa disperazione. È una sensazione che continui a sentire realmente nella tua vita oppure sposti “l’equilibrio del colore” delle emozioni verso quello spettro emotivo solo nella tua scrittura? Se è quello a cui tendi, perché lo vuoi ottenere? Se è un’autentica espressione della tua vita, come riesci a mantenere il ritmo del lavoro - illustrazioni e fumetti personali - in una condizione che, francamente, molti scrittori e disegnatori cercano di contrastare?
Seth: Sì, l’opera è sempre malinconia. Non è casuale, ma non è nemmeno completamente premeditata. Sono una persona molto malinconica e scrivo con quel tono perché è quello che provo sempre. Comunque, devo affermare piuttosto nettamente che c’è una grossa differenza tra malinconia e depressione. Io non sono per nulla depresso. A dire il vero, sono una persona mediamente piuttosto contenta. Cado sempre più raramente nella vera disperazione (quando ero giovane mi sentivo emotivamente molto più a pezzi). Mi azzarderei ad affermare che, senza alcun dubbio, questo è il periodo più felice della mia vita. Essere felice però non è l’opposto dell’essere malinconico. Non sono nemmeno sicuro che la malinconia sia la totale tristezza. C’è qualcosa di piacevole quando sei triste e mediti. Penso che possa essere il significato del modo di dire “canta che ti passa”. Deve passare, certo.. ma passerà pensando a qualcosa. Solo per un po’.
Mi mancano sempre le cose. Mi mancano le persone. Mi mancano gli episodi della mia vita che sono passati. Non mi deprimo per questo, sono solo piacevolmente triste. Penso che questo dolore positivo permea ogni aspetto della mia vita. Le cose mi piacciono di più quando viene coinvolto qualche elemento di questo sentimento. Forse è un po’ una fissazione, o un tratto di carattere, oppure un gene per la nostalgia... non lo so. Però sono cosciente che non posso scrivere una storia in cui non ci sia nulla di tutto questo. A volte le storie sono un po’ cupe o piene di pentimento. Forse dipende dal fatto che sto invecchiando ma, se ci penso, mi sono sempre sentito così: provavo amore per l’isolamento ma paura per la solitudine. Il desiderio di essere nel mondo ma di non farne parte. Opinioni mutevoli nei confronti delle cose che scompaiono. Uno spirito in controtendenza che mi trattiene dall’unirmi alla cultura prevalente.

E per rispondere alla tua seconda domanda: questo tipo di piacevole tristezza non mi impedisce in alcun modo di lavorare. Infatti è un beneficio perché mi trattiene nel mio studio. In quel luogo cerco di creare una specie di bolla emotiva che rotola in questa serie di emozioni. Tengo il broncio e mi gingillo con un progetto o l’altro.... cercando di tenere sotto controllo il tempo.
Koom: Penso che tu abbia ragione: c’è senz’altro una dolcezza nella nostalgia malinconica. Meditare quando si è tristi può essere molto piacevole. Quando non ti conoscevo bene alla fine degli anni Novanta, sembravi essere un gran chiacchierone cocciuto, un po’ un signor so tutto io, per nulla depresso. Però i tuoi fumetti “autobiografici” non avevano la stessa allegria. Mi ci sarebbero voluti degli anni prima di capire che la tua autobiografica “ricerca del disegnatore dimenticato Kalo” era completamente inventata. Era quello l’elemento vivace mancante - la finzione - camuffato da autobiografia! Mi domando se la tua posa da nostalgico possa essere semplicemente un modo per costruire una visione che non è mai esistita. Stai forse costruendo una tua ideale mitologia canadese che è più utopistica, e per questo più focalizzata sul presente piuttosto che sul passato? Il libro The Great Northern Brotherhood of Canadian Cartoonists è un altro esempio di questa malinconica riflessione, che alla fine è fittizia, sulla mitologia canadese.

Sono contento che questo sia il periodo più felice della tua vita. Se tutti i momenti della vita in cui ci troviamo fossero quelli più felici! Che effetto ha la felicità sulla tua produttività? Smussa la pietra abrasiva su cui affili le tue idee o rende semplicemente più gioiosa la produzione?
Seth: Hai proprio ragione, nel senso che non sono uno di quei tipi nostalgici che idealizzano il passato. Non ho illusioni sul passato (beh, non troppe). Non desidero vivere negli anni Venti, Trenta o in un periodo precedente. Molta della cultura contemporanea mi ripugna, ma non mi prendo in giro pensando che un tempo le cose fossero migliori. Ogni periodo è carico di problemi, ingiustizia e volgarità.
Quello che mi interessa fare è costruire i miei mondi personali. A volte sono un diretto desiderio di appagamento (come la mia città Dominion) e a volte sono più delle fantasie (come la finta mitologia canadese di The Great Northern Brotherhood). Hai capito perfettamente la mia relazione con il  Canada. Desidero reinventarlo a seconda delle mie esigenze. Prendo e scelgo quello che mi piace e costruisco la mia accurata immagine. Il mio Canada è fondamentalmente un Canada che non è mai esistito. È un rompicapo in cui ho lasciato fuori molti pezzi. Non sono uno storico, né mi interessa approfondire la storia. Quello che mi interessa è il “senso del luogo”, ciò che crea identità. Iconografia. Atmosfera. Spesso, delle cose vaghe. Ma questa roba è ottima per la costruzione di un mondo. Dominion è un luogo formato interamente da tutto quello che mi colpiva perché mi sembrava evocativo. Non è un luogo ideale dove ogni cosa è "perfetta". Al contrario, è composto da tutto quello che cattura la mia attenzione. Spesso sono le cose tristi, come il degrado, la dissoluzione... il dipanarsi di quei periodi nel passato a cui sono esteticamente affezionato. È un luogo completamente dedicato alla costruzione dell’atmosfera (molti di questi dettagli sono presenti nei miei taccuini o nella mia testa). I mondi che costruisco sono idealizzati nel senso che non contengono elementi del mondo “reale” che non mi interessano. Di conseguenza, sembrano fuori dal tempo perché non mi occupo molto del periodo contemporaneo. Con il passare degli anni, perfeziono la mia estetica. Comprendo molto più chiaramente quello che mi interessa. Saresti sorpreso di sapere quanto ci vuole per identificare realmente che cosa c’è al centro dei tuoi obiettivi artistici. Io devo ancora capirlo. Infatti, la prossima storia che inizierò (ora che Il commesso viaggiatore è fondamentalmente finito) sarà quasi interamente ideata con l’intenzione di non scrivere NULLA che possa pacificare il lettore con la storia: cercherò di adattarla completamente al mio gusto personale. In altre parole, scriverò la storia che voglio leggere PIÙ DI OGNI ALTRA COSA al mondo. Più facile a dirsi che a farsi.
Per quello che riguarda la seconda parte della tua domanda: la felicità migliora la mia attività e mi fa lavorare più duramente. Non mi sono mai alimentato di ira o depressione. Infatti, quei sentimenti più oscuri mi impediscono di lavorare. Il mio lavoro dipende soprattutto dall’indulgenza verso me stesso. Da un desiderio infantile di giocare.
Koom: Mmm… mi piacerebbe replicare a molte cose. Prima di tutto, congratulazioni per essere vicino alla conclusione del Commesso viaggiatore. Ricordo che quando l’hai iniziato negli anni Novanta, eri determinato a tenere un ritmo più lento, a non essere legato alle limitazioni editoriali dell’albo a uscita regolare. Cosa pensi del progetto, arrivato a questo punto? Come mantieni, dopo decenni, la fedeltà a un progetto a cui sei particolarmente legato?
Seth: Sono sorprendentemente (piuttosto) soddisfatto del risultato. Il libro alla fine è molto fedele alla mia idea originale. Si conclude esattamente come pianificato, ma adesso sono percorso dai dubbi. Il disegno non è di qualità uniforme dato che è stato prodotto in un lunghissimo periodo di tempo. Le mie capacità di narrazione migliorano man mano che il libro procede… ma, detto questo, sono abbastanza soddisfatto del risultato. Devo ancora rivedere qualcosa, disegnare qualche nuova pagina ed espandere alcune sequenze… ma l’opera finita è molto fedele alla mia visione originale. Penso sia dovuto al fatto che, sebbene abbia sempre saputo quali fossero tutte le scene che sarebbero apparse nel libro, non ho scritto la sceneggiatura anni prima. Ho pazientemente lavorato avanzando all’interno della storia pagina dopo pagina. In questo modo rimaneva sempre nuova per me, era sempre il mio lavoro di quel momento e non un vecchio progetto che dovevo “concludere”. 

Koom: Sembra che il tuo prossimo libro si adatti ancora di più ai tuoi bisogni ed è destinato a penetrare ancora più profondamente nelle cose che ami e nella tua sensibilità. Puoi dirmi qualcosa sull’ambito e la natura del progetto? Ti preoccupa la possibilità di diventare troppo benevolo o di tagliare i ponti con i tuoi lettori perché ti stai inoltrando eccessivamente in territori inesplorati? (Mi rendo conto che è piuttosto improbabile, dato che attualmente hai un seguito di appassionati tra i più solidi nell’ambito del fumetto indie)
Seth: Non entrerò nei particolari della nuova storia perché è sempre un errore. I piani cambiano mentre ci lavori e i primi commenti possono tornare a perseguitarti. Inoltre, se parli di una storia prima di iniziarla rischi di avere delle reazioni tiepide e questo può minare il tuo entusiasmo. È meglio tenere il becco chiuso. Dirò solo che sarà un libro molto più corto del Commesso viaggiatore: credo che una foliazione tra le 150 e le 200 pagine sia molto più ragionevole per quello che mi riguarda. Vedremo dove andrà. Non mi preoccupo mai molto che i lettori mi seguano. È un gioco pericoloso. Cercare di capire che cosa piace leggere a tutti è semplicemente impossibile ed è probabile che ti si spappoli il cervello. Quello che devi fare, al contrario, è continuare a sostenere la tua convinzione di avere sempre ragione. Può sembrare strano e aggressivo, ma quello che voglio dire è che devi avere una fiducia assoluta sul fatto che quello che pensi sia interessante si concretizzerà poi nell’interesse di qualcun altro. Solitamente trovo riscontri a questa idea; per esempio, quando abbiamo pubblicato Wimbledon Green, ero molto dubbioso sul fatto che sarebbe potuto interessare a qualcuno: era un progetto così assurdo e personale. Eppure, con il passare degli anni, ho notato che il libro è diventato sempre più popolare: spesso erano le persone a cui non piaceva il mio lavoro che vi si appassionavano. Non ero nemmeno sicuro, all’epoca, se volevo pubblicarlo: mi piaceva, ma pensavo che era palesemente orientato verso i miei gusti personali. Non puoi saperlo mai. La mia unica preoccupazione per il lettore è che cerco sempre di rendere la mia opera chiara e comprensibile.
Confido che i lettori mi seguiranno. Confido che sto migliorando come artista. Confido che l’opera migliore debba ancora arrivare. La soddisfazione è l’unico sentiero chiaro per l’artista.
Koom: Sono curioso di sapere qualcosa sull’esercizio fisico della tua tecnica di disegno e cartooning. Negli ultimi anni il tuo lavoro, visivamente, presenta più tratteggi e vignette, per mancanza di una terminologia migliore: vignette più piccole, griglie complesse, un alto grado di orchestrazione. Guardare semplicemente alcune tavole prima di leggerle è un’esperienza singolare, in sé e per sé, a causa della grafica metronomica simile al mosaico. Penso in particolare al Commesso viaggiatore, ma si adatta anche alle altre tue opere. La narrazione/trama/elemento del tempo segue, mentre il tuo senso della grafica guida il tutto. È diventato un allontanamento voluto rispetto ai tuoi primi fumetti che avevano una narrazione e un ritmo più tradizionale? Se ho ragione, a cosa è dovuta questa scelta?
Seth: Nel mio disegno e nel mio storytelling mi sto allontanando, poco a poco, dalle preoccupazioni del cartooning tradizionale. A essere onesto, il disegno non mi interessa molto, mentre mi interessa molto la grafica e la composizione, ed è per questo motivo che il disegno diventa sempre più minimalista. Presumo che nel mio prossimo libro cercherò di sintetizzare tutto utilizzando i dettagli il meno possibile: forme nette e molti neri. All’interno di un’opera c’è sempre il desiderio di tirar fuori dei disegni complicati solo per fare colpo... e sono certo che ogni tanto ho ceduto a questo impulso (a volte è necessario per dare impatto anche alla storia), ma normalmente noto che il mio lavoro sta diventando sempre più semplice. Quello che ora mi entusiasma davvero è come questo processo di semplificazione si amalgami bene con il tipo di narrazione che cerco di fare (per esempio, una maggiore presenza della voce fuori campo). È interessante anche che più il disegno si semplifica, più complicata diventa la pagina (ci sono soprattutto più vignette). Per cui questa direzione è un’evoluzione che prende le distanze dalla narrazione più naturalistica del Commesso viaggiatore. 

Koom: Sono anche curioso di sapere qualcosa sul tuo tratto, che è estremamente controllato e forte. Possiede quasi una curva pesantemente meravigliosa nel suo andamento. Come mantieni un controllo così forte sul tuo segno? Soprattutto in vignette così piccole e fortemente strutturate? Non è più difficile ora che diventi più vecchio e inizi a sentire la rigidità delle membra?
Seth: A dire il vero, sto gradualmente abbandonando anche le mie meravigliose pennellate per un approccio molto più semplice e freddo. Ho iniziato a usare molte penne e righelli. Oppure negli schizzi che compongono l’opera Nothing Lasts, la maggior parte del disegno è fatto con dei semplici evidenziatori. È piuttosto sorprendente (anche per me) perché per anni ho lavorato duramente per sviluppare una struttura con il pennello. Da giovane amavo profondamente i disegnatori più talentuosi con il pennello, ora non lo so. Per certi versi, c’è qualcosa che ti porta a distrarti quando vedi in un fumetto un segno con il pennello. Voglio che l’opera sia semplice e diretta. A volte significa sacrificare parte della bellezza esteriore, però questa potrebbe essere una razionalizzazione. Segui certi sentieri semplicemente perché è lì che ti conduce il tuo interesse, e poi in seguito ti crei delle motivazioni che suonano plausibili. Tutto quello che so è che il mio disegno sta diventando più compatto e più meccanico. Molto più piatto e meno evocativo. Potrebbe essere un errore… le persone rispondono alla sensuale pennellata. Chi lo sa?

Koom:  Sono un po’ triste a sentire che il tuo stile diventerà più compatto e meccanico. Mi viene in mente che lo stile di Jaime Hernandez ha preso quella strada negli anni Novanta, sebbene non possa dire che sia diventato meccanico. Anche quello di Adrian Tomine si è spostato verso una sensibilità molto più iper-grafica, sebbene entrambi fossero interessati alla grafica fin dagli inizi. In tutti questi casi, spezza il cuore guardare alla maturità precedente, quasi realistica a confronto, e non sentire una fitta per quel periodo. Anche i registi spesso diventano più scarni e controllati mentre vanno avanti. Oltre alla crescente sensibilità grafica, sento che in qualche modo sei diventato più espressivo nelle espressioni e nei tratti dei volti. Forse le opere precedenti avevano più dettagli ma sento che ora hai sviluppato la capacità di trasmettere l’espressione in modo veramente compatto e deciso. Le gocce di sudore sono esattamente nel posto giusto. I muscoli facciali fanno venire esattamente il giusto ghigno. Con questa pennellata decisa, lo stile dei tuoi lavori precedenti è più potente di quanto mi ricordassi. Comunque, stavo parlando con Jaime per un’altra delle interviste di questo gruppo e, rileggendo alcune delle sue opere dell’ultimo decennio, mi piaceva proprio il suo lessico del cartooning per quanto fosse delizioso e perfettamente ritmato. Evita le rotondità, il tratteggio e il dettaglio per ottenere una sintassi che è in grado di riverberare!
La mia ultima domanda riguarda il Canada e l’essere canadese. Nel bene e nel male, sei un’icona del fumetto canadese. Come ti senti? Con quali aspetti della psiche/identità canadese ti identifichi? Dopo tutto, è il nostro 150simo anniversario. Inoltre, quando ho letto The Great Northern Brotherhood una battuta mi è proprio rimasta dentro: qualcosa sul lieve dondolio del paesaggio dell’Ontario meridionale. L’hai descritto come un personaggio decisamente indefinibile, e solo le persone che sono cresciute in quel luogo sono in grado di riconoscerlo o provare quella sensazione... o almeno quella sembrava fosse la suggestione. Ho vissuto qui per trent’anni e solo ora inizio a percepirlo. Puoi dire qualcosa di più su questo senso dell’Ontario meridionale: che cos'è e come cerchi di trasmetterlo nella tua opera?
Seth: Mi identifico profondamente nell’essere un canadese. Amo il Canada e sebbene abbia visitato diversi luoghi bellissimi in giro per il mondo, mi sento molto legato a questa terra e non riesco nemmeno a pensare di lasciarlo. Sono collegato all’Ontario in modo speciale. Soprattutto, ovviamente, perché è qui che sono cresciuto e dove ho vissuto tutta la mia vita. Ci sono dei posti bellissimi dove vivere in Canada (senza dubbio), ma l’intimità è una qualità sottovalutata. Mi piacciono le cose conosciute. Hai accennato al mio commento sulle “colline ondeggianti dell’Ontario”. È un ottimo esempio. La “trama” di un luogo ti penetra sotto la pelle. A volte è così tanto dentro di te… così familiare… che non lo noti nemmeno. La forma della terra. Il colore del cielo notturno: bianco perlaceo contro le silhouette degli alberi e dei granai. I piloni della luce che “marciano” stagliati sul paesaggio. C’è qualcosa di meravigliosamente familiare in ogni paesino dell’Ontario in cui mi reco. Quelle strade principali hanno un aspetto dimesso che tocca profondamente la mia estetica.
Infatti penso che la mia estetica sia formata quasi interamente dall’Ontario della metà dell’Ottocento (con una buona dose di Art déco americana). Quando ero più giovane non credo capissi che quella era la fonte della mia “musa” artistica, ma anno dopo anno diventa sempre più evidente. Ora, quando guardo indietro al mio primo graphic novel, La vita non è male malgrado tutto, vedo proprio che fin dall’inizio stavo cercando di articolare qualcosa sull’Ontario. E su Toronto, naturalmente. Forse il mio lavoro sta diventando meno urbano da quando me ne sono andato da Toronto circa diciassette anni fa (cosa a cui faccio fatica a credere). Quando ritorno a Toronto, mi sento in qualche modo un estraneo. È cambiata molto. Sa troppo di estetica moderna per me… ma continuo a vedere spuntare qua e là molto della vecchio Toronto. Mi piaceva quella vecchia Toronto. Quando mi trasferii lì nel 1980, aveva ancora un forte spirito da metà del Ventesimo secolo. Ora non tanto.
Sintetizzando, credo che quello che voglio dire sul Canada sia che mi sento emotivamente legato e che voglio permeare la mia opera con quelle caratteristiche analoghe a quello che si prova a vivere qui. C’è qualcosa di intrinsecamente canadese nel mio lavoro e mi concentro su quelle qualità. Cerco di metterle in evidenza. Ma ovviamente questo è vero di molti artisti in molti luoghi differenti. Il luogo dove vivi permea quello che fai e il tuo pensiero. La campagna, i paesi e le città dell’Ontario sud-occidentale sono al centro di quello che faccio e del mio pensiero.
A proposito, anche a me piace il modo in cui Jaime ha asciugato il suo approccio nel corso degli anni. Nessuno è in grado di disegnare le figure in modo così abile e comprendere la gestualità in modo così perfetto. Migliora ogni anno. E anche Adrian.

Stammi bene e grazie per le domande attente e intelligenti! 

Koom: Il piacere è stato tutto mio! E per favore non esitare a chiamarmi se avrai mai bisogno di aiuto con quelle nuvole!

mercoledì 22 febbraio 2017

La Musica di Alan Moore (nel 2002)

L'aspetto negativo e frustrante di disporre di un enorme (disorganizzato) archivio - sia cartaceo che digitale - riguardante Alan Moore è che, spesso, diventa quantomeno problematico rintracciare quello che si vorrebbe. Al contrario, il risolto positivo è che, a volte, può saltare fuori un articolo, un'intervista, una fotocopia di un fumetto misconosciuto che non ti aspetti!
Quest'ultima, benedetta eventualità si è presentata proprio qualche giorno fa quando mi sono ritrovato tra le mani una stampa di un'intervista a tema musicale datata 2002. 
Si tratta di un set standard di domande proposte a celebrità di diversa estrazione dalla rivista britannica Mojo. L'intervista con Alan Moore (che viene presentato come "Scrittore, mago, genio del Fumetto") è stata pubblicata nel N.99 del periodico musicale, apparso nel Febbraio 2002.
Nel seguito potete leggere la mia traduzione.
Buona lettura e... buon ascolto! ♪ ♫ ♩ ♬
Brian Eno.
Mojo: Che groove ti stai godendo ultimamente?
Alan Moore: È da un po’ di tempo che ascolto pochissima musica. Un “groove” (è così che voi lo chiamate) per me costante è… Brian Eno. Ascolto molta ambient perché è un tipo di musica che non mi disturba mentre scrivo. I Basement Jaxx sono bravi. Ho ascoltato qualcosa degli Eels l’altro giorno, Daisies of the Galaxy

Se fossi costretto a scegliere, quale è il tuo disco preferito di sempre?
The Humors of... di Lewis Furey. È un artista americano che ha fatto un paio di album, Lewis Furey e The Humors of Lewis Furey. È stato ovviamente influenzato da Bowie e dalla scena glam, dalla disco e dai lavori di Bretch. 
Qual è stato il primo disco che hai comprato e dove?
Sono abbastanza sicuro che sia stato The Intro and the Outro della Bonzo Dog Doo Dah Band. L’ho preso in un negozio di dischi chiamato “Scott’s” in Fish Street a Northampton. Avevano un sacco di dischi psichedelici come Forever Changes dei Love. Era un posto pieno di mistero. Avrò avuto 13, 14 anni.

Quale musicista avresti volute essere?
Non ho mai voluto essere qualcun altro perché, beh accidenti, sono già abbastanza meraviglioso così come sono! Se dovessi dire un nome… Brian Eno perché il suo pensiero va oltre la musica. 
Che cosa canti sotto la doccia?
Gran parte della mia casa è una stamberga ma nel mio bagno anche Alessandro il Grande vorrebbe sguazzarci. Ieri cantavo How soon is now? degli Smiths. Tendo anche a fare Elvis Costello, Warren Zevon… Qualche giorno fa ho fatto Roland the Headless Thompson Gunner.

Qual è il tuo disco preferito del sabato notte?
Vado molto di rado alle feste. Sono troppo misantropo per quelle cose. Ma... Tom Waits. Suppongo perché ha fatto un pezzo che si intitola proprio The Heart of Saturday Night ma gran parte dei suoi primi lavori sono musica da sabato notte: storie di gente che vaga ubriaca o a cui manca la ragazza, di sabato notte.
I suoi primi dischi catturano il torbido fascino del sabato notte. 
E il disco della domenica mattina?
Goldfrapp. Ho sentito gente dire che è un po’ piatto ma non penso lo sia. Alison Goldfrapp ha una voce davvero interessante. Stavo per rispondere qualcosa dei Velvet Underground ma probabilmente soltanto perché hanno fatto una canzone che si intitola Sunday Morning. Un pezzo piuttosto paranoico:  "Watch out, the world’s behind you." [Attento, il mondo è dietro di te]. Ma sono sicuro che chiunque tra noi ha avuto delle domeniche mattina così.
I Velvet Underground.

giovedì 16 febbraio 2017

Il genio discreto di CHESTER BROWN

Chester Brown (foto: Sook-Yin Lee da The Comics Alternative)
Tornano le interviste su smokyland.
E si riparte, direi, alla grande con... CHESTER BROWN, autore canadese (vive attualmente a Toronto), tra le voci più rilevanti e originali del Fumetto contemporaneo, noto in Italia per graphic novel come Louis Riel, Non mi sei mai piaciuto, Il Playboy e Io le pago.
L'intervista originale è stata condotta dall'amico, scrittore e gentleman Koom Kankesan. Koom è nato nello Sri Lanka ed è immigrato in Canada con la sua famiglia nel 1987. Dopo aver condotto studi di Letteratura e Cinema attualmente insegna Inglese in una scuola superiore ed è autore di tre libri, il più recente dei quali, Tamil dream, è uscito lo scorso anno.
Ringrazio sentitamente Koom per l'autorizzazione alla traduzione e il sempre disponibile Omar Martini per la supervisione del testo da me tradotto.
L'intervista può essere letta in originale qui.
E ora lascio la parola a Koom e... Chester Brown! Buona lettura!

Vi perdono se pensaste che CHESTER BROWN sia immigrato a Toronto dal Lothlórien di Tolkien.
La sua persona ha qualcosa di enigmatico ed etereo. Pensatore profondo e paziente, Chester in realtà è emigrato dal sobborgo leggermente meno fantastico di Chateauguay, vicino a Montreal. Vive a Toronto da molto tempo e quando Seth, nell’intervista di ieri, ha detto che Toronto “puzza troppo di estetica moderna” (corporativa, noiosa, banale), ho pensato a Chester come a un antidoto, un’incarnazione della Toronto del passato che manca a noi tutti.  
La Toronto con i palazzi di mattoni dei The Kids in the Hall,  la Toronto rionale in cui Queen West e Annex non erano stati ancora gentrificati, quella Toronto popolata da negozi di libri usati e bar malfamati.
I suoi disegni, tratteggiati con la passione di un miniaturista, eseguiti col segno di un pennello ruvido appartenente a un’epoca passata, utilizzano una struttura e una matericità che colpiscono l’osservatore in modo singolare. Sono mattoni e librerie, rocce e alberi decisamente vivi. Il suo "Louis Riel" ha fatto clamore in tutto il Paese. Il successivo e coraggioso Io le pago non ha letteralmente eguali. Non c’è nulla di simile nel panorama dei graphic novel. Se non ne avete mai sentito parlare, correte ad acquistarne una copia: le mie osservazioni non gli renderanno giustizia.
Quest’uomo è un vero monumento nazionale. Per favore, per favore... si può togliere la regina della banconote da 20 dollari e mettere Chester al suo posto? Su un lato Chester e sull’altro Louis Riel: quella sì che sarebbe una banconota che alla gente piacerebbe maneggiare, tastare e… spendere! L’economia si impennerebbe.
I fumetti di Chester sono cambiati nel corso degli anni. Amo i suoi primi lavori come "Non mi sei mai piaciuto", "Il Playboy" e soprattutto "Ed the Happy Clown". I suoi libri più recenti sono diventati sempre più colti, controversi e hanno assunto una consistenza filosofica e persino politica. Percorsi dal suo costante bisogno di leggere e riflettere, il disegno, il ritmo e la composizione comunicano il sentire ultraterreno di Chester.
L’ho incontrato per parlare della sua vita e delle sue opere.
   
Koom Kankesan: Nell’ultima fase della tua carriera (Louis Riel, Io le pago, Mary Wept at the Feet of Jesus) sei sempre più attratto da una “forma accademica” per i tuoi fumetti. Ossia, fai sempre più affidamento alle note testuali finali che aggiungono commenti e informazioni sulle tue vignette e tavole al fumetti. È stata una scelta consapevole?
Chester Brown: Ho inserito delle annotazioni finali già nel mio adattamento del Vangelo di Marco del 1987, per cui non è una novità per me. Il cambio di formato dagli albetti al libro mi ha probabilmente fatto capire che, se avessi voluto, avrei potuto approfondire maggiormente i temi trattati utilizzando delle note scritte.

Qual è l’obiettivo nell’utilizzo delle note di chiusura?
Per quanto ne so, uso le note proprio come gli altri autori: per indicare le fonti o per approfondire temi che non avrebbero funzionato se inseriti nel “testo”.

Che riscontri hai avuto? Sei soddisfatto dei risultati?
Tendenzialmente, ai “puristi” del fumetto non piacciono mentre agli altri sì. Credo che i puristi pensino che col fumetto si possa raccontare e trattare qualsiasi argomento per cui un graphic novel dovrebbe contenere soltanto… fumetto. Personalmente credo che ci siano cose che funzionano meglio a fumetti e altre in prosa per cui… perché non utilizzare entrambi gli strumenti?
Sono molto soddisfatto dai risultati. Non mi aspetto che tutti leggano le note ma sono lì per i lettori che desiderino un ulteriore approfondimento. 

Come vedi le tue opera di un tempo come Il Playboy o persino Ed the Happy Clown, in relazione a questa tua fase più recente?
Beh, ho aggiunto le note anche a quei lavori più vecchi e preferisco le edizioni con le note a quelle senza.
Non è certo la prima volta che fai qualcosa di nuovo in ambito fumettistico, per questo trovo interessante la tua nuova direzione (sebbene come tu stesso hai detto risalga già a qualche decennio fa). Con Io le pago hai ricevuto molta attenzione per via dell’argomento del libro, ossia la prostituzione, e, in un certo senso, per il tuo controverso sostegno alla sua legalizzazione.  Nel tuo ultimo lavoro, Mary Wept at the Feet of Jesus, esamini il vasto tema della prostituzione in relazione con i racconti della Bibbia. Quando ne abbiamo parlato mi sei sempre sembrato sinceramente interessato alla Bibbia e alla Cristianità, per questo una simile convergenza tematica (Bibbia e prostituzione) potrebbe sembrare atipica e bizzarra. Ci sono delle ragioni politiche? C’è un messaggio che vuoi comunicare? 
I tre punti principali del libro sono che la madre di Gesù era una prostituta, che Gesù fu consacrato come Cristo da una prostituta e che Gesù sosteneva che la prostituzione fosse di giovamento per la società. Se la mia interpretazione degli antichi testi è corretta, credo sia interessante a prescindere dalla situazione politica. Ma, visto che pago per fare sesso, ho un interesse politico sul tema del lavoro sessuale e quei tre punti sono rilevanti rispetto a come la legge tratta gli operatori sessuali e i loro clienti. In primis perché la prostituzione è stata originariamente criminalizzata come risultato della sua condanna nelle scritture giudaico-cristiane. In secondo luogo perché le organizzazioni cristiane si adoperano tuttora pubblicamente, senza tregua, per criminalizzare il lavoro sessuale. Le ragioni terrene della criminalizzazione della prostituzione sono così stupide da essere immediatamente riconosciute come fesserie se non ci fossero dietro delle motivazioni religiose. 

Il tuo storytelling è piuttosto sobrio e misurato (per lo meno rispetto alla scrittura; dal punto di vista visivo è invece piuttosto stratificato). Come vorresti che i lettori si approcciassero a Mary Wept At the Feet of Jesus?
Spero sia di loro gradimento. Se si ignorano la postfazione e le note, si può leggere come una semplice rivisitazione di alcune storie bibliche e per me non c’è alcun problema se un lettore si approccia al libro soltanto in questo modo. Per quelli che invece vogliono maggiore approfondimento c’è una postfazione di 15 pagine. E per quelli che voglio DAVVERO immergersi nell’argomento ci sono le note finali. 

Come hai detto, tu paghi per fare sesso e credo che tu abbia ancora una relazione / “accordo esclusivo” con una “operatrice sessuale” in particolare?
Sì. La pago per fare sesso da circa quattordici anni.
Questo ti rende una sorta di outsider per la società. Persino Crumb è sposato e ha una figlia! Mi rendo conto che il termine “outsider” non sia perfettamente calzante (non sei certo un tipo come Hunter S. Thompson o William S. Burroughs… i nostri occasionali incontri per un the si sono spesso rivelati occasioni speciali grazie alla tua natura gentile e introspettiva), ma sei consapevole di questo fatto?
Non sono sicuro di esser d’accordo col ragionamento che tutti gli outsider siano come Hunter S. Thompson o William S. Burroughs. A ogni modo, capisco che io possa apparire come uno che sta “fuori” da questo tipo di società. I miei interessi e preoccupazioni non sono “mainstream”. Non guardo la televisione, non ho un cellulare, non sono su Facebook né su Twitter o su nessun altro social. E non ho alcun interesse nell’avere una relazione sentimentale o dei figli. Rifiuto molte delle convinzioni che ha la maggior parte delle persone che mi circondano. Detto ciò, non mi considero un outsider. Sono figlio di questa cultura, la comprendo e in generale la apprezzo così come apprezzo le persone intorno a me. E non penso che pagare per fare sesso mi renda un outsider: TANTISSIME persone pagano per fare sesso. È soltanto inusuale PARLARNE.
Aggiungerei che la relazione con l’operatrice sessuale con cui sto non è poi così strana. La amo e se ci vedessi interagire dubito che noteresti differenze rispetto a una qualsiasi altra coppia che sta insieme da quattordici anni. Beh, probabilmente ci trattiamo meglio l’un l’altro rispetto alla maggior parte delle coppie che stanno insieme da quattordici anni. 
Ovviamente pagare per fare sesso ha influenzato il tuo interesse per il tema e i tuoi lavori di questi anni, ma pensi che abbia influito sul tuo modo di disegnare e/o di scrivere in maniera più sottile?
Sto cercando di pensare a quali possano essere queste sottili influenze. Mi viene in mente che mi piace moltissimo disegnare e creare. Suppongo che più sono felice più questo, in generale, si riflette sul mio lavoro e condurre una buona vita sessuale tende a incrementare la felicità delle persone. E grazie alla splendida operatrice del sesso che frequento la mia vita sessuale è DAVVERO soddisfacente. 

Avresti potuto fare fumetti senza rivelare questo aspetto di te. Ti senti più libero ora come autore? Oppure, al contrario, hai sentito il bisogno di giustificare queste scelte della tua vita?
Mi è sembrata una scelta ovvia: più si parla apertamente di qualsiasi argomento più si è liberi. Forse sto semplicemente giustificando le mie decisioni ma la cosa non mi preoccupa comunque. Altri potrebbero preoccuparsi. Io sono troppo occupato a godermi la mia vita. 

Poco fa hai fatto una battuta sulle coppie che dopo una relazione di quattordici anni insieme non sono poi così carine tra di loro. Pensi che le storie d’amore convenzionali in generale portino all’infelicità? Quali pensi sia la ragione?
Il problema principale in una relazione sentimentale convenzionale e monogama è la sua natura esclusiva. Una persona dev’essere il partner ideale. Se fosse culturalmente accettato che una persona possa avere diverse relazioni amorose allo stesso tempo, allora nessuno si aspetterebbe che il proprio partner sia perfetto. La monogamia ingigantisce i difetti del partner. 
Volevo chiudere chiedendoti di quando ti sei candidato per le elezioni con il Libertarian Party. Concorrevi per il tuo distretto?
Sì, ero candidato per quello che all’epoca era il distretto di Trinity-Spadina, nel centro di Toronto. Da allora il distretto è stato diviso in due. 

Immagina se avessi vinto: come avresti conciliato i tuoi doveri di deputato con gli impegni quotidiani di fare ricerca, scrivere, disegnare? Non sarebbe stato un continuo scontro?
Se avessi vinto, suppongo che avrei dovuto mettere da parte la mia carriera artistica per un po’ di anni ma non è mai stato un vero problema dal momento che sapevo che non sarei stato eletto. 

Inoltre, considerando che sei una persona piuttosto introversa, mi risulta difficile immaginarti in politica. Che cosa speravi di ottenere con quel tentativo?
Sono un personaggio pubblico che gode di una qualche notorietà e volevo usarla per dare maggiore visibilità alle idee libertarie.

venerdì 10 febbraio 2017

SHITTY WATCHMEN!

Shitty Watchmen! LOL!
Mentre la DC Comics cerca in tutti i modi di "sfruttare" Watchmen - al di là di qualsiasi logica sia creativa che artistica e persino, forse, di business in sé - giungo a conoscenza di questa divertentissima e, probabilmente, necessaria iniziativa... SHITTY WATCHMEN! 

Shitty Watchmen [letteralmente, Watchmen di merda, N.d.T.] è un esercizio formalista che analizza il linguaggio del Fumetto così come è stato utilizzato da Alan Moore e, ancor di più, da Dave Gibbons.

Creato da Dave Baker, Nicole Goux, Rachel Dukes, Malachi Ward, Nick Diaz, Emilie Vo, Sam Ancona, Chuck Kerr, Colby Bluth, Robert Negrete e Sabrina Deigert, Shitty Watchmen cerca di esaminare il magistrale uso della composizione della tavola e della scansione in vignette di quello che è, senza alcun dubbio, il più complesso comic book mai creato. 
Con quali strumenti questi sbalorditivi traguardi artistici vengono decostruiti? Con dei disegni davvero di merda!

E quindi...Shitty Watchmen.

Da qualche parte sento Rorschach che se la ride. Hurm... LOL!
Nel seguito alcune pagine del progetto (QUI l'archivio): acquistabile QUI.
 
 
Shitty Watchmen.